La scarpetta nel cassetto

 

 

 

Narro di doni significativi, ricevuti da genitori, i cui bambini erano e sono anche oggi, in trattamento per problemi importanti dello sviluppo neuromotorio; doni che racchiudevano/racchiudono una angosciosa speranza di raggiungimento di una autonomia futura completa.

 

E quale segno, più pregnante, per un neonato, con problemi, il cui sviluppo contiene incognite sugli esiti e sulla conquista di una autonomia piena se non …..la scarpetta; primi passi per porre la distanza e avviarsi verso il mondo; prime scarpette per i primi passi, una capacità che si manifesta inebriante per il bambino che la prova e per i genitori che superano il primo grande traguardo della crescita.

 

Una scarpetta, uno stivalino, natalizio colmo di cioccolatini, o un sacchettino colmo di dolci con stampate le scarpette stivalino luccicanti e glitterate.

 

Richieste implicite di promesse per far sì che il cammino possa avvenire, che piedini veri potranno calzare vere scarpine per muovere veri passetti incerti incontro al mondo.

 

E’ allora tutto potrà essere luminoso, ricco di promesse dolcissime.

 

Doni di mamme a chi si prende cura del loro piccolo; regali semplici ma che scottano tra le mani in quanto tutto l’implicito che vi è contenuto è di fare il possibile e anche l’impossibile, e non sempre l’impossibile si avvera e allora le speranze verranno infrante di fronte alla realtà della carrozzina, ma questa è una storia, tra le tante, lunga e laboriosa, a volte la sorte fa sì che il possibile si avveri e sospiri di sollievo trovano spazio.

 

Una scarpina di terracotta, per un bimbo, dalla sua mamma, che non potrà camminare, una scarpina che rimarrà nel cassetto, cassetto dei sogni infranti da molto dolore, promesse di vita non realizzate, ideale di bambino vivace che corre felice e gioca con gli altri, anche lui finito nel cassetto.

 

Niente di tutto ciò, ma un ragazzino, ora, in carrozzina, che frequenta la scuola, che ci mette del suo e ha conquistato l’amore dei genitori.

 

Non è andata come nelle favole a lieto fine ma come nella vita che presenta dure battaglie, anche perse.

 

Chi riceve un dono, una richiesta implicita di aiuto a realizzare aspettative, non realizzabili, rimane con tutta l’impotenza del non poter far nulla per quel sogno, ma tanto, molto per lasciarlo andare e costruire in sua vece la realtà di ogni giorno con le reali potenzialità del soggetto.

 

E così la scarpina rimane un di più, che non serve, che rimanda alla storia riabilitativa di quel bambino, ora grande; dal mio punto di vista non solo è un ricordo di un percorso terapeutico importante , non la posso buttare in quanto è stata segno di tutto l’amore e l’illusione che accompagna la nascita di un neonato e pone l’accento sulla visione di un futuro pieno e felice, senza riserve, che riporta al lavoro terapeutico da fare nel costruire un futuro possibile, un lavoro che ha dei limiti, ben precisi, una prognosi che lasci spazio al possibile e non definisca nettamente l’impossibile, e su questo è necessario lavorare senza che la diagnosi uccida la speranza e affinché ogni giorno serva ad abbandonare poco alla volta la scarpetta nel cassetto, per proporre un giorno una ruota per lo spostamento.

 

Un dono di tale specie accolto con la consapevolezza silenziosa, che non poteva essere esaudito ma la cui speranza andava preservata fino alla consapevolezza della sua inutilità.

 

Gli stivalini glitterati riguardano un’altra storia, diversa,è un altro esempio, ma il cui significato simbolico è identico.

 

Per molti  bambini che mi portano e che seguo, tanti neonati, ciò che si aspettano è che prima o dopo camminino; questo è un passaggio fondamentale nella primissima infanzia, e io sono lì per aiutarli in questo percorso.

 

Questa seconda storia riguarda un bambino con importante ritardo psicomotorio che all’età di un anno e mezzo non accenna a deambulare, i genitori sono molto preoccupati di ciò, la diagnosi è generica e la prognosi non è mai definitiva a questa età poiché tutto è in evoluzione, la mia valutazione fin da subito e che i problemi riguardano il livello cognitivo e quindi il motorio è in ritardo come conseguenza, quindi, da questo versante, le competenze evolveranno verso l’autonomia deambulatoria, altre problematiche si porranno; tramite ciò che stiamo facendo insieme per questo piccolo sarà possibile indossare gli stivaletti glitterati e correre tra le pozzanghere, ma la realtà non sarà comunque così glitterata.

 

E una questione per i genitori di prendere le giuste misure per quel bambino che è il loro bambino, ma che essendo nato, ora in carne e ossa, non corrisponde più a come loro lo avevano pensato e immaginato.

 

La realtà non è mai così luminosa e con tutte le sue infinite possibilità, ogni bambino ha una sua storia e una via da seguire: la sua, ed è unica.

 

Un piccolo presente che racchiude una grande richiesta, la possibilità che si realizzi una autonomia e insieme allo stesso tempo la fondata paura che là sta il problema; in quella scarpetta è entrato il dubbio.

 

Il problema viene colto, posto, negato, passato di mano, la mano del terapista, come richiesta di una soluzione magica. Un passaggio pericoloso di testimone, che la terapia non può, né deve sostenere.

 

La riabilitazione riguarda il possibile, ha dei limiti e non può accettare deleghe di tipo riparativo.

 

Ho perso il conto di quanti bambini con difficoltà ho portato verso il cammino autonomo, e dei momenti gratificanti di vedere ciò realizzarsi, per il fatto che era possibile, a volte avveniva con grande ritardo rispetto all’età di maturazione della tappa, a volte con difficoltà e necessità di supporti, a volte attraverso il superamento definitivo delle problematiche presentate. Se rifletto su questo aspetto del lavoro riabilitativo trovo in ciò un carico e un impegno che rivolge l’attenzione al primo distacco,distacco spaziale, tale distacco, ab-ducere, riguarda i primi passi che avvengono non verso il genitore ma verso l’esterno, ma anche chi può usare un mezzo a rotelle per spostarsi e prendere possesso dello spazio, ha la possibilità di prendere le distanze.

 

E per questo che mi impegno sempre molto perché un bimbo abbia al più presto a disposizione una carrozzina, se le sue possibilità motorie sono compromesse, cosa sempre molto difficile da accettare per i genitori che vedono morire il sogno del cammino, il sogno del loro bambino desiderato. Uno degli ultimi bambini in carico con paralisi cerebrale infantile ed impossibilità a deambulare l’ha ricevuta a cinque anni! Molto tardi, su questo tutti i tempi sono ancora lenti, soprattutto il percorso di accettazione dei genitori, ma anche molti colleghi sottovalutano l’importanza di avere accesso allo spazio quanto prima e il fatto che il bambino ne ha bisogno in una età dove l’esplorazione del circostante lo aiuta a crescere.

 

L’esperienza riabilitativa deve far emergere che alla fine, la scarpetta può finire nel cassetto, ma non per questo è fallito l’obiettivo, ad ognuno il suo, ad ognuno il suo domani; poiché a volte anche la carrozzina può diventare un obiettivo ambizioso, e allora il regalo potrebbe essere una ruota da dover mettere da parte, nel cassetto delle disillusioni, riguarda bambini molto gravi, che esistono, per il cui percorso si lavora sul cambiamento minimo.

 

Quanto lavoro è necessario per abbandonare i nostri sogni per interpretare quelli dell’altro; molto, moltissimo, non sarà mai finito.

 

Andare per gradi, piano, piano, altrimenti la realtà (diagnosi) annichilisce il sogno,il bambino ideale, con il pericolo di renderlo resistente, refrattario al reale, e tutta l’esistenza verrà impiegata a inseguire un fantasma che annienta il soggetto, lo espropria di sé stesso, inseguendo atti riparativi che non possono riparare e terapie infinite che posticipano illimitatamente il riconoscimento dell’essere diverso: un delitto del soggetto; avviene frequentemente.

 

L’altro con la sua diversità ci ferisce, ci colpisce ferocemente in ciò che abbiamo desiderato per noi stessi, l’altro è uno zoccolo duro, ritorna la calzatura, che non si può ridurre; queste nostre ferite sanguinano, ebbene sì questo dolore è inevitabile, una sofferenza molto grande; ma il riconoscimento che non riguarda ciò che ci piace ma ciò che è fa parte del percorso.

 

Ridurre l’altro a sé, è facile, ci si sente sollevati, orgogliosi, ci piace pensare che tutto corrisponda ma è una atrocità, e spesso anche come genitori ogni giorno ne commettiamo qualcuna.

 

Che sia diverso, che sia straniero, che sia maschio, che sia femmina, che sia nero, che sia malato, che sia disabile, che sia quel che sia, per non ridurre l’altro a sé, dobbiamo tollerare la ferita che ci infligge, non è ciò che ci piacerebbe che fosse, e allora anche quel piccolo senza scarpe ma con ruote potrà crescere.

 

 

 

 

 

A cura della fisioterapista Nives Vivian

 

 

 

10.05 2016, Cordenons