Frammenti Riabilitativi

Il bambino dagli occhi neri

Paralisi cerebrale infantile, una diagnosi che colpisce come una pugnalata, nel momento di diventare nuovi genitori, scende come una ghigliottina a decapitare il futuro di un bimbo che si affaccia al mondo.

Il danno cerebrale non è visibile alla vista, e la paralisi, in un neonato, non è evidente, se non ad occhi esperti.

Il verdetto medico è dirompente,dà il senso di vertigine e franamento della realtà immaginaria a cui ci si era predisposti; è inacettabile, irricevibile.

Il percorso in lenta salita per accompagnare la crescita rende piano piano palesi le difficoltà a raggiungere l'ideale bambino, sognato dolcemente durante la gravidanza,e che ogni genitore conserva in sè; spesso duro a morire anche quando il bambino è grande e corre verso mete tutte sue.

Quell'ideale, infranto brutalmente dal reale che irrompe, resiste, combatte strenuamente, a scapito del piccolo bambino vero e ignaro.

La mamma si impegna a superare il disorientamento e accoglie i bisogni del suo bambino, lo aiuta a crescere nonostante il futuro appaia vincolato, incerto, a volte si sente in scacco.

Una diagnosi, senza la necessaria metabolizzazione, ma anche con l'aiuto di questa, nella sua irriducibilità imprigiona il soggetto, e lo rende schiavo nel segno della mancanza, del difetto, del disfunzionamento; cela tutte le sue potenzialità.

Il bambino reale si appanna agli occhi dell'adulto, che per far fronte all'angoscia e colmare lo scarto incolmabile, nel tentativo di realizzare il sogno infranto, si affanna nel fare, fare molto, fare tanta terapia, trovare la risposta che risolve, miracolosa.

E il piccolo bambino resta imprigionato tra il modello ideale dell'essere "normale", in uno sforzo evolutivo di adattamento senza fine, e il coincidere con il non poter essere, "essere sbagliati", appartenente al quadro patologico.

Il bambino perde la possibilità di misurarsi con le reali possibilità che ha di esprimersi, con le potenzialità possibili, quelle che ci sono e con la qualità specifica, determinata dalla sua peculiarità di funzionamento neuropsicomotorio; lo sforzo verso performance irragiungibili è demotivante, causa di grande frustrazione e perdita del vero sè.

Ma il lutto dei genitori per il bambino sperato, è doloroso, lungo, ha le sue tappe e i suoi tempi; è un lutto che va rispettato e accompagnato verso l'elaborazione affinchè il bambino abbia un nome proprio, una promessa di vita; nel frattempo il bambino attende pazientemente di essere visto.

Ed ecco allora che nel processo di crescita, e nel lavoro riabilitativo, dove si rischia di chiedere l'impossibile poichè il possibile è ancora interdetto, si assiste a frequenti crisi destrutturanti e di angoscia dilagante, nella misura in cui stimoli diversi e pressanti, pervadono il bambino.

Lui, il bambino,improvvisamente e senza apparente motivo smette di interagire per scoppiare in un pianto disperato e inconsolabile se non da braccia materne che lo accolgono e che lo portano nel proprio grembo cosi da proteggerlo restituendogli la sensazione di bambino intero, non frantumato, non rotto, non funzionante.

A ondate alterne l'imperativo del fare ritorna, fare l'impossibile; poichè fare il possibile è inaccettabile.

Il pensiero di poter accettare che un bimbo di appena due anni , con tutto il futuro evolutivo davanti a sè, non possa camminare è mostruoso dal punto di vista materno.

Tale prospettiva non solo non può essere pronunciata ma fa fatica ad affacciarsi alla soglia dei pensieri; è un'ipotesi assurda, da respingere, combattere con ogni arma lecita ed illecita.

E intanto il bimbo cresce, come può si oppone, non vuole fare, se lo si sollecita batte la testa contro il piano di appoggio, poichè anche il linguaggio è compromesso e non riesce ad esprimersi con le parole; ma capisce che deve, in qualche modo, farsi sentire, è una buonissima capacità, deve bussare forte alla porta dell'amore dei genitori, per dire io ci sono e sono così.

In tanti anni di esperienza in campo riabilitativo, ho sempre pensato che bisogna rispettare le scelte dei genitori e i loro tempi elaborativi, ma nel contempo bisogna difendere le possibilità reali di autonomia del bambino e fornirgli, a seconda del suo bagaglio neuropsicomotorio reale e potenziale valutato, le opportune possibilità e facilitazioni per l'interazione con il mondo.L'espressine dell'autonomia psicomotoria è singolare, specifica, unica, non si può emulare la normalità o attendere in modo indefinito che il bimbo "maturi".

Questo bambino ha la necessità di spostarsi, offriamogli tutte le possibilità che gli sono concesse, anche se non sono ortodosse o non piacciono ai genitori, ne va della sua esistenza psichica.

Se il cammino è molto lontano dall'essere acquisito, o impossibile da acquisire, allora è necessario valutare mezzi alternativi e in tempi utili pensare alla carrozzina. Prima potrà usare un carrellino da prono o da seduto, si userà il dembulatore con tutti i supporti del caso, ma l'età di tre anni comporta l'esigenza psicofisica della separazione dall'abbraccio protettivo/mortifero dei genitori e l'esigenza della esplorazione del mondo, dello spazio intorno a sè.

E allora, fin dall'inizio, quando, fatta la valutazione delle possibilità, è opportuno scegliere per il bambino la carrozzina, si deve lavorare con i genitori perchè possano accettare questo percorso. E' un obiettivo molto difficile, non per il bambino, ma per i genitori.La carrozzina è un tabù; per cui si vedono bambini molto grandi o in braccio o nei passeggini, che vengono vissuti come transitori.Le esigenze evolutive del bambino non vanno di pari passo con l'elaborazione dei genitori: è un lavoro duro, doloroso, di pazienza nel far rilevare ciò che il bambino può fare e che da questo viene gratificato ; magari non lo farà nel migliore dei modi ma nel modo possibile per lui.

I "cammini" verso la risposta che emenda, che guarisce, uccidono il bambino poichè oscurano, mettono il veto alle sue capacità di fare, di essere, quelle che ci sono, poichè l'evento del danno gli ha donato la sua specificità, il suo essere unico, se vogliamo diverso.

Per questo introdurre l'uso di una carrozzina in tempi appropriati alle esigenze del bambino,e qualora il caso lo richieda, è un dovere nei suoi confronti ed è una responsabilità accompagnare i genitori in questa scelta che va assunta e condivisa.

Bisogna farsi carico del sogno infranto dei genitori.

Ma si è mai visto (forse in un prossimo futuro lo vedremo)un genitore che decide di cambiare il colore degli occhi del suo bambino da neri a celesti, per inseguire un mito angelico.

Se il bambino ha gli occhi neri, e sono bellissimi, guardiamolo negli occhi e riconosciamolo perchè rispecchiandosi nei nostri si senta confermato e amato.

Riconosciamo il limite, perchè dal limite si può definire un confine, quindi uno spazio, un'area, quindi un soggetto particolare e unico.

 

a cura di Nives Vivian