Sami-Ali

LA TEORIA RELAZIONALE :

INTRODUZIONE AD UNA NUOVA PROSPETTIVA


Ciò che normalmente si intende come “la psicosomatica”, aldilà della cosiddetta medicina, altro non è che un'applicazione della psicoanalisi, nel tentativo di riuscire a fare ciò che Freud chiama “il misterioso salto dalla mente al corpo”. Questo consiste innanzitutto nel piazzare sulla patologia organica una griglia di lettura simbolica, facendo apparire ovunque così dei significati necessariamente profondi ,secondo il modello della conversione isterica; significati che di solito finiscono  col generare una grande confusione. Confusione tra isteria e patologia organica, confusione tra senso primario e senso secondario del sintomo, confusione sopratutto tra l’applicare un modello mai messo  in discussione per pensare  invece una problematica nuova nella sua globalità. Inoltre, partendo sempre dalla psicoanalisi, si   arriva alla stessa conclusione  se si effettua un’altra estrapolazione, e si estende il modello della nevrosi attuale alla patologia organica per  rendere conto della « somatizzazione ».

Si tratta, per Freud, di una parte della psicopatologia in cui l’energia sessuale si scarica, senza elaborazione psichica direttamente attraverso dei sintomi corporei, che vanno da quelli dell’angoscia a quelli della neurastenia, sintomi del tutto sprovvisti di qualunque significato simbolico.

Questo permette di affermare, per deduzione, che si somatizza perché non si mentalizza, considerando così  una realtà negativa (alexitimia o pensiero operatorio) ciò che invece è un funzionamento complesso che si manifesta attraverso il negativo (assenza di affetto o assenza d’immaginario).

D’altra parte questo funzionamento  può comparire,e  questo anzi accade più frequentemente, in assenza totale di patologia organica, il che dimostra, ancora una volta, che il pensiero gira in tondo su se stesso.

E’ necessario invece riprendere le cose dal loro punto di partenza, per pensare diversamente la patologia che si situa tra  lo psichico ed il somatico, e questo  non dovrà ridursi ad una qualche forma di psicoanalisi applicata.

Fare questo significa  uscire completamente dal campo della psicoanalisi, e pensare piuttosto la patologia umana come un insieme che oscilla tra il funzionale e l’organico, e che si evolve secondo una dimensione, dimensione che è costituita  dall’opposizione tra il corpo reale ed il corpo immaginario: questi  non sono due entità distinte ma due concetti appartenenti ad un modello teorico multidimensionale[1]

Considerando questa prospettiva, è subito evidente come la psicopatologia freudiana (nevrosi, psicosi, perversione, disturbi funzionali) poiché riguarda esclusivamente il corpo immaginario, non può andare  al di là di questo a meno di creare confusione.

Il fatto poi che il corpo immaginario si appoggi sul corpo reale, nella misura in cui le funzioni psichiche poggiano su delle funzioni fisiologiche costituite, non cambia affatto questa conclusione.

Il vero problema ora è quello di sapere se è possibile questo altro punto di partenza. Proprio questo  rappresenta da sempre l’obiettivo  della teoria relazionale, teoria che pone come principio fondamentale quello di considerare lo psichico tanto relazionale quanto il somatico. Non è più necessario chiedersi come si opera il famoso « salto misterioso » perché adesso i due piani coesistono come elementi di un’insieme relazionale, e non come due entità distinte e separate.

Ci si accorge allora di avere a che fare con una situazione globale in cui si può  applicare soltanto la causalità circolare e non la causalità lineare, che sottintende un’interpretazione fondata sulla psicogenesi.

Si risparmiano così un certo numero di domande, che ritornano spesso nella letteratura specialistica per rimanere senza risposta, proprio perché sono domande mal poste.

Superato questo livello preliminare, è necessario definire che cosa intendiamo per relazione. Questa non ha niente a che vedere con la relazione d’oggetto di cui parla la psicoanalisi.

Prima di tutto perché questo concetto  fa parte integrante della psicopatologia freudiana, il cui campo di pertinenza si limita ai disturbi funzionali, inscritti nel corpo immaginario.  La sua applicabilità alla patologia organica che colpisce il copro reale non fa che perpetuare la confusione iniziale che si ritrova dappertutto nelle teorie analitiche della psicosomatica.

A questo proposito, peraltro, è unica la posizione teorica di Fairbairn che, in modo determinato e non includendo nessuna ambiguità,  formula in termini di relazione d’oggetto tutta la concezione della libido, e lo fa senza oltrepassare il campo della psicoanalisi. All’interno di questo campo tuttavia, la relazione d’oggetto si oppone all’assenza di relazione che è indicata invece come caratteristica del narcisismo primario, teoria che Freud postula per rendere conto della psicosi e che allo stesso tempo gli servirà per fondare l’ipotesi della pulsione di morte. Come si può vedere le cose sono connesse, in modo che si passa dall’evidenza di un concetto sul piano pratico alla sua giustificazione teorica precisa.

Ma questo ci incita a definire meglio la nostra posizione.

In effetti, per noi che affermiamo il primato della relazione, la patologia non relazionale, qualunque sia il momento della sua comparsa, ha luogo in una relazione in cui l’altro è una parte pregnante, che pesa su tutto lo sviluppo, tanto psichico quanto somatico, per il semplice fatto che questo (altrondt) è una presenza fatta di multiple assenze[2].

Di colpo, il concetto di narcisismo diventa meno rigido: ci si ama perché siamo stati amati e si ama essere amati, o meglio, sul versante patologico, ci si ama perché non siamo stati amati e si ama essere amati.

Proseguendo in questo senso, ci si rende conto anche del fatto che la legenda di Narciso, così come è narrata da Ovidio nella prospettiva di una metamorfosi generalizzata, è essenzialmente un dramma che si gioca in rapporto all’altro, le Naiadi, che abitano la sorgente:   prima di ripiegarsi sulla relazione che  ha con un’immagine di sé,  Narciso riconosce il volto di una delle sue sorelle in luogo ed al posto del suo.

Va detto qui che  il destino di Narciso è in parte legato all’acqua perché lui stesso è di natura acquatica, essendo figlio di un fiume, Liriope, e di una potente corrente d’acqua, Cefise .

Il concetto di narcisismo materiale, da noi proposto nel quadro della teoria del volto [3]ed in opposizione al narcisismo formale di Freud, è destinato a restituire l’unità all’essere in quanto materia, aldilà della alla molteplicità degli esseri sottoposti al divenire .

Nello stesso tempo il narcisismo materiale sottolinea la rete relazionale che sta sotto all’esperienza di Narciso, rete relazionale senza la quale quest’ultimo resterebbe del tutto enigmatico. La relazione con l’altro viene prima del narcisismo.

Ora si può fare un passo indietro per avere una visione più ampia. Ciò che noi chiamiamo relazione e che riguarda l’anima ed il corpo, esiste alla nascita, prima della nascita (nda.I), anzi si può dire che è come se la relazione preesistesse agli stessi termini da cui è realizzata.

Facendo partire lo sviluppo della relazione sin dallo stadio intrauterino, adesso introduciamo, oltre ai fattori genetici, la questione del ritmo biologico legato all’alternanza del sonno lento e del sonno paradossale, che è  già rilevabile a questo livello di sviluppo sotto una forma elementare anticipatoria. Ma il ritmo non è un fatto isolato, esso è ciò che dona forma alla vita per confondersi con l’organizzazione temporale. Una organizzazione nella quale convergono il tempo del corpo ed il tempo dell’adattamento fino a  configurare dei casi estremi in cui tutta la soggettività è stata  occultatandt. La patologia della temporalità che ne risulta fa pendant alla soggettività senza soggetto che caratterizza il funzionamento banale[4]. La temporalità così concepita in questa visione allargata  costituisce  una delle dimensioni fondamentali di cui bisogna tenere conto per definire la relazione.

La seconda dimensione, inseparabile dalla prima, è data dallo spazio. Questo comincia con l’essere lo spazio del corpo proprio, come se avere un corpo fosse l’equivalente di avere uno spazio, essendo le due realtà perfettamente coincidenti. E’ così che il corpo è portato  a strutturare lo spazio secondo le sue dimensioni particolari, che sono sostenute da coppie di termini opposti : dentro-fuori,alto-basso,destra-sinistra,vicino-lontano,etc…

Qui si svolgono contemporaneamente due processi: il bambino deve apprendere a riconoscere la destra e la sinistra in rapporto all'altro che rappresenta il principio di rappresentazione nello spazio con i suoi prolungamenti, soprattutto attraverso l'apprendimento della scrittura, ma contemporaneamente egli costituisce lo spazio della rappresentazione attraverso la proiezione dello spazio corporeo. E come con il tempo, anche qui il peso dell’adattamento si fa  sentire nella rottura che si può verificare in misura minore o maggiore tra l’esperienza corporea dello spazio e la sua rappresentazione astratta, che sarà fondata allora sul ricorso a dei « trucchi », a degli schemi di riferimento presi in prestito allo scopo di colmare un vuoto iniziale. Un po’ come si fa con una protesi.

Ciò che si trova ostacolato in questo caso, così come nella temporalità adattativa, è  il funzionamento del « corpo proprio » come schema di rappresentazione. E questo non si limita alla lateralizzazione manuale, visiva o uditiva, perché anche  la lateralizzazione cerebrale fa parte della stessa problematica : c’è una continuità tra i differenti piani, che interessano il corpo sempre più in profondità.

La terza dimensione che interviene nella relazione è fondata sul sogno. Il sogno che rimane biologicamente determinato, inscritto come è nella fase di sonno paradossale, e che si produce di tanto in tanto, durante la  notte, a degli intervalli regolari. Basterebbe questo per dimostrare che il sogno segue un ritmo che non ha alcuna spiegazione psicologica e non, come sostiene Freud, che si mette in moto per accontentare in modo allucinatorio un desiderio che rischia di provocare il risveglio. In altri termini, il sogno esiste indipendentemente da qualsiasi realizzazione del desiderio, se considerato come la sola causa  in gioco, il che dovrebbe orientaci diversamente nel modo di concepire l’attività onirica. Questa, inoltre, non si limita alla fase del sonno paradossale, in cui il sogno mostra tutta  la sua  ricchezza simbolica che ben conosciamo, ma si estende anche alle altre fasi, anche a quelle fasi che sono segnate dalla prevalenza di un pensiero prossimo al funzionamento vigile. Così, il cervello addormentato non smette di sognare, esattamente come, da svegli, noi continuiamo a pensare, anche quando non pensiamo niente, perché niente è ancora un pensiero.

In queste condizioni, un sogno particolare può essere effettivamente provocato dalla realizzazione di un desiderio, senza che si possa farne una regola generale.

Non siamo più nel campo della teoria freudiana : si sogna tutto il tempo, come si pensa tutto il tempo, perché entrambe le attività sono già inscritte nello stesso organismo, determinate dall’inizio, come le due possibilità estreme del funzionamento, e corrispondono  alla coscienza onirica ed alla coscienza vigile. La prima, la  coscienza onirica, è interamente fondata sulla proiezione che crea una realtà al di fuori del soggetto, che è il soggetto stesso  ed alla quale si crede assolutamente come si crede alla realtà. In questo contesto, la proiezione non ha un ruolo parziale, cosa  che, d’altra parte, può anche avere all’interno di certi sogni, ma essa è, al contrario, ciò che permette al sogno di costituirsi in quanto pensiero dell’immaginario, e coincide con un processo di oggettivazione al livello dell’essere. In questa nuova prospettiva, così, tutto si svolge  secondo coordinate altre e diverse da quelle del pensiero razionale, attraverso uno spazio ed un tempo immaginario, che integrano la contraddizione pur non presentando nessuna altra coerenza. Allora, tra la coscienza onirica e la coscienza vigile si instaura una relazione d’inclusioni reciproche, relazione che può eventualmente rompersi, per crearsi una coscienza vigile senza coscienza onirica, nel caso in cui il funzionamento adattativo si instauri fino a diventare banalendt, e nel caso invece inverso, in cui si può verificare la psicosi.

E considerando  che l’attività onirica si può manifestare anche nella coscienza vigile, sotto forma di equivalenti del sogno (fantasma, reverie, allucinazione, gioco, illusione, comportamento magico, affetto)  è  possibile osservare delle oscillazioni tra lo stato di sogno e lo stato di veglia, tra un momento  e l’altro, oscillazioni che imprimono un ritmo particolare all’insieme del funzionamento psichico.

Bisogna dire che il ritmo non determina solamente l’architettura del sogno e della veglia, esso sottende allo stesso modo a tutta la proiezione della coscienza vigile nel tempo.

Ma in questo modo il sogno ci apparirà come l’ultima realtà oltre la quale non è possibile andare : non c’è uno sfondo   nascosto  che  fornisce i tratti negativi di un fenomeno secondario che bisognerà interpretare. Interpretare, cioè ridurre, riportare a qualcos’altro, come se, ogni volta, il sogno si interrompesse per interrompere il sognatore. Ma questo indica la possibilità di una diversa strategia terapeutica di cui si dirà più avanti.

La quarta e ultima dimensione è data dall’affetto, che è importante valutare prima di tutto in rapporto alla rappresentazione. Ricordiamo questo principio generale: l’affetto e la rappresentazione sono il dritto ed il rovescio dello stesso fenomeno originale. Di conseguenza, non si può avere affetto senza rappresentazione, né rappresentazione senza affetto, a meno che uno dei due termini in quel momento non sia soppresso, cioè non sia rimosso.

Siamo invece portati a pensare, contrariamente al parere di Freud, che l’affetto possa subire una rimozione simmetrica a quella della rappresentazione, secondo delle modalità differenti, tra le quali possono essere individuate tre forme  distinte. Nella prima, l’affetto, una volta del tutto bloccato nel suo sviluppo, smette  di evolversi, quasi per conto suo, al di fuori di ogni controllo. Il soggetto sa che in quel momento ha represso l’affetto per la prima volta, ma ignora il destino che gli verrà riservato. L’affetto è diventato inconscio in seguito a una rottura in cui bisognerà riconoscere una forma di rimozione. Rimozione che può mantenersi a lungo nel tempo senza ritorno del rimosso soprattutto se l’attività onirica è messa fuori gioco: non ci saranno sogni. Sogni che allora, dopo un periodo più o meno lungo di comparsa di patologie non specifiche e dalla etiologia misteriosa, potranno  ricomparire, ma il loro destino risulterà strettamente legato a quello dell’affetto rimosso.

La seconda modalità di rimozione dell’affetto, che può essere mista  alla precedente, produce lo stesso risultato, perché l'atteggiamento globale della persona verso la vita affettiva ha subito un profondo cambiamento.  Si è  creata una distanza nei confronti di tutti gli affetti, che non si presentano più al soggetto cosciente, ma non scompaiono del tutto. Essi sono là, ma sono diventati inaccessibili per colpa di una rimozione che interessa il carattere nel suo complesso  e che traduce un meccanismo di auto-regolazione, come un riflesso, che taglia corto sull'evolversi dell’affetto nella vita del soggetto.

Il terzo tipo di rimozione dell’affetto rinvia ad una dicotomia che arriva a separare radicalmente lo psichico dal somatico, dando il via a due serie di fenomeni autonomi che coesisteranno senza influenzarsi. L’angoscia è uno stato della coscienza che non ha niente a che vedere con lo scompenso fisiologico che l’accompagna, come per caso. Questo scompenso  è vissuto in sé come un problema organico, di cui solo l’organico potrà rispondere. In questo confine in cui regna la confusione, la spasmofilia o la fibromialgia giocano spesso un ruolo determinante, come d’altra parte qualunque altro intervento medico che condivida la stessa dicotomia.

Questo può anche incitare il medico ad agire sullo psichico, come se, ancora una volta, questo esistesse di per sé. Così continuando così, l’unità del fenomeno che articola l’anima ed il corpo, si trova definitivamente perduta,  così come la possibilità di riconoscere l’affetto e di nominarlo. Per capire quello che succede in questo caso, che riguarda direttamente il problema dell’alexitimia, bisognerà risalire alla rimozione dell’affetto che l’ha prodotta, invece di inventare degli schemi neurofisiologici ad hoc, che sono pensati apposta per sancire così definitivamente la rimozione, diventata un modo di pensare.

Ora, ciò che rende possibile questi percorsi, è proprio il modo in cui è considerato il concetto di affetto . Ridotto ad un oggetto in mezzo ad altri oggetto che da questo derivano, l’affetto è definito come una quantità di eccitazione che cresce, decresce, si trasforma, si sposta. E nello stesso tempo, tutta la dimensione relazionale viene completamente ignorata, a cominciare dallo stesso Freud, la cui intenzione dichiarata fu quella di trattare dei fenomeni psichici come dei "fatti materiali".

Allora che cos’è l’affetto se non questa particolare relazione con l’altro, che passa per la lingua materna, per il corpo proprio e per la proiezione ?

Relazione che conduce alla creazione di un oggetto che diventa contemporaneamente effetto e causa : l’oggetto fa paura perché si ha paura e si ha paura a causa dell’oggetto. Circolarità che rimane inseparabile dal processo proiettivo posto in essere dall’inizio e che costituisce la struttura essenziale del fenomeno. In questo senso, si è in un movimento che si collega al sogno e che è pura proiezione, in modo analogo, si accompagna ad un sentimento di realtà : le parole dell’affetto scambiate all’interno della relazione diventano delle cose.

Come dire che ci si crede fermamente, senza distanza, fintanto che dura l’affetto che le sostiene.

La quinta e ultima dimensione attraverso cui si definisce la relazione, che si è andata configurando progressivamente, è la madrelingua. Questa che si trova legata intimamente alla vita affettiva,  rinvia nello stesso tempo al corpo profondo, luogo in cui si gioca il destino biologico dell’uomo, in quanto identità del sé e dell’altro. Nel senso più forte del termine, essa è ciò che sostiene tutte le dimensioni precedentemente descritte, ed il suo ruolo deve essere continuamente preso in considerazione in tutte le patologie che riguardano tanto il corpo reale quanto il corpo immaginario, e soprattutto quando si tratta di determinare la situazione psicoterapeutica secondo la prospettiva relazionale. Ciò va molto lontano, ci porta ad includere la dimensione culturale in tutte le questioni concernenti l’anima ed il corpo, per costituire alla fine ciò che chiamiamo, l’etno-psicosomatica  relazionale,che viene presentata in un testo annesso, tradotto in italiano.

Come definire allora il fenomeno psicosomatico nella sua complessità ?

Cominciamo col dire che l’ unità di indagine più semplice è rappresentata dalla relazione, e non da fenomeni interni chiamati in causa nella « somatizzazione ». Relazione sempre fondamentale che si stabilisce tra il funzionamento e la situazione relazionale, due termini assolutamente complementari, che esistono solo l’uno in rapporto all’altro. Se non si pensa  alla complessità sotto questo punto di vista, tutte le teorie della psicosomatica derivate dalla psicoanalisi finiscono per  tenere conto solo del  funzionamento, che ha il compito di spiegare tutto. E si spiega con un « disfunzionamento » detto “alexitimia” o “pensiero operatorio”, o ancora “il non accesso al simbolico”, cioè  attraverso qualcosa che è tutto il contrario della complessità : si somatizza per difetto di mentalizzazione. Come dire che la porta è aperta perché non è chiusa.

A questo punto , bisogna  tornare  alle  stesse premesse stesse che ci indicano che il modello psicoanalitico non permette di pensare la complessità e non è adatto a pensare l’unità dell’essere umano, corpo e anima. Bisogna cercare altre cose, che solo la teoria relazionale è in grado di fornire.

 

 

[1] Sami Ali:pensare il somatico. 1 La somatizzazione.Un modello multidimensionale.Grasso,Bologna 1990

ndt nota del traduttore

[2] Ibidem,3 La Psicosi. Una teoria psicosomatica.

[3] Sami Ali:Corpo reale,corpo immaginario,Corpo e narcisismo. Una teoria del volto. Ma.Gi. Roma 1997

Nda.I:Alcune recenti ricerche  lo confermano, evidenziando l’influenza della vita intrauterina in alcune patologie,cardiache, tumorali,diabetiche ed altre. Vedi:Annie Murphy Paul:Origins.Free Press,New York 2010

ndt nota del traduttore: occultata dall’adattamento

[4] sami Ali: Le banal. Gallimard, Paris 1980

ndt nota del traduttore: funzionamento banale

Last Updated on Friday, 18 November 2011 01:10